Kaipa – Vittjar

30 Ago
Kaipa
Vittjar

2012, InsideOut Music

Tracklist:

01 First Distraction
02 Lightblue And Green
03 Our Silent Ballroom Band
04 Vittjar
05 Treasure-House
06 A Universe Of Tinyness
07 The Crowned Hillside
08 Second Distraction

Vale la pena parlare della scena progressive rock svedese come di un movimento a sé stante, distaccato dai restanti gruppi che, da vent’anni a questa parte, hanno il merito di mantenere in vita un genere che non ha nessuna intenzione di andarsene in pensione? Sì, ne vale la pena. La differenza tra gli svedesi e il resto del mondo è sostanzialmente una: la maggior parte dei gruppi progressive che continuano a predicare il verbo dei sommi padri rimangono fedeli ad un concetto più che fondamentale, ovvero quello di sperimentazione; sul versante svedese, soprattutto di questi tempi, della sperimentazione non sanno proprio cosa farsene: alla base del prog scandinavo ci sono le emozioni. E da cosa possono derivare queste emozioni se non dalla musica popolare?

Ora, tra i maggiori esponenti di questo interessantissimo intreccio tra prog rock e folklore svedese ci sono i Kaipa, che già negli anni ’70 si erano guadagnati una discreta fama su suolo nazionale ed estero, ma è negli anni duemila che la creatura capitanata da Hans Lundin fa il vero salto di qualità, grazie anche all’innesto di elementi di valore come Jonas Reingold, Morgan Ågren e Patrik Lundström. Ma non è solo questo, a portare la band su di un altro livello c’è una concezione più matura del progressive rock, dove la matrice folk viene messa ancora più in risalto a discapito di eventuali e inutili tentativi di eccessiva sperimentazione.

Arrivati al terzo disco consecutivo senza Roine Stolt (che aveva abbandonato la band dopo il 2005), i Kaipa mettono a segno quello che forse è il sigillo migliore del periodo post-reunion iniziato ben dieci anni fa. La sensazione è che la band dopo l’abbandono di Stolt si sia messa in testa di trovare una nuova dimensione, zoppicando vistosamente con Angling Feelings, assestandosi con In The Wake Of Evolution per poi, infine, riscoprire una nuova maturità con l’ultimo Vittjar. Già nel 2007 l’assetto ritmico della band faticava ad amalgamarsi come si deve per via dell’aggiunta di Per Nilsson, chitarrista dalle notevoli capacità tecniche, ma anche nettamente differente, rispetto a Stolt, per stile ed espressività. Poco male, un disco di transizione ci sta tutto se poi con il successivo torna tutto a girare per il verso giusto, fino ad arrivare ad un Vittjar dove proprio la chitarra di Nilsson diventa fondamentale quanto le coppie d’oro Reingold/Ågren (una sezione ritmica del genere se la sogna qualunque gruppo) e Lundström/Gibson. Ancora più fondamentale è anche l’aggiunta del violino di Elin Rubinsztein, che nel precedente In The Wake Of Evolution era relegato ad un semplice ruolo di comparsa, ma che adesso viene proiettato in prima linea, per divenire protagonista in più di un occasione, proprio quando le tastiere di Lundin – da sempre il centro di attrazione su cui ruotano i restanti strumenti – decidono di farsi momentaneamente da parte.

Vittjar è un disco bello, dove per bellezza s’intende un gusto melodico capace di colpire cuore e testa: il primo viene rapito (vi è mai capitato d’innamorarvi di un disco?); mentre la seconda fa in modo che ogni melodia non venga mai più dimenticata. Quindi diventa tutto molto semplice, anche quando ci si trova di fronte ai ventidue minuti di Our Silent Ballroom Band, ovvero il pezzo più prog del disco, che scorre via con incredibile leggerezza, nonostante la presenza di sezioni strumentali molto più articolate. Impossibile poi non farsi rapire dalle melodie sognanti di pezzi del calibro di Lightblue And Green, Treasure-House o, ancora, The Crowned Hillsides: tutti brani, insieme ovviamente al restante della tracklist, valorizzati ancor di più dall’ennesima e incredibile prestazione di due cantanti di razza come Patrik Lundström e Aleena Gibson.

Solitamente un disco progressive vive di contrasti, nel senso di una tensione interna tra tecnica e gusto melodico, e il più delle volte solo uno dei due elementi riesce a imporsi in maniera veramente netta. In Vittjar no, non esiste tensione: tutto è amalgamato alla perfezione, tant’è che la tecnica dei singoli elementi, grazie ad un gusto melodico dei più sopraffini, nemmeno si nota, se non ad un ascolto più attento. Quanti artisti con trenta o quarant’anni di attività alle spalle possono vantarsi di raggiungere una nuova maturità proprio di questi tempi, quando la crisi d’idee sta praticamente immobilizzando l’intero mondo della musica? Pochi. E Hans Lundin è uno di questi.

Angelo D’Acunto

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2 Risposte to “Kaipa – Vittjar”

  1. Salvatore De Cristofaro settembre 30, 2012 a 6:04 am #

    Non è del disco in questione che voglio parlare,piuttosto di questo blog,uno spazio prezioso dove poter leggere recensioni scritte con passione e competenza.Purtroppo ho l’impressione di un blog già morto,non so nemmeno se passerai mai a leggere ciò che sto scrivendo.Peccato,se hai deciso di abbandonare,ne vale davvero la pena.Complimenti per gli ottimi post.

    • blogressive settembre 30, 2012 a 6:26 am #

      No, nessuna morte prematura 😉 È semplicemente un periodo impegnativo per entrambi gli autori (sì, siamo in due).
      Anyway, grazie per i complimenti!

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